Comune di Aragona

Le Necropoli

LE NECROPOLI di Caldare e S.Vincenzo Le necropoli di Caldare e di S.

Data:
20 Marzo 2009

Le Necropoli

LE NECROPOLI

di Caldare e S.Vincenzo

Le necropoli di Caldare e di S. Vincenzo sono la testimonianza di un lontanissimo passato, di un insediamento urbano che, forse, è durato per tantissimi anni per poi dissolversi nel nulla con il mutare della situazione ambientale e demografica. Nelle necropoli sono state trovate tracce che fanno risalire a 3.500 e a 1.300 anni avanti Cristo, che testimoniano come in questi due periodi del passato vi sia stato un insediamento urbano. 

Non si può per appurare se l’insediamento presente in questi due periodi sia lo stesso e se abbia continuato ad esistere dal 3500 al 1300 a.C. 

E’ altrettanto impossibile, inoltre, poter stabilire le cause della scomparsa del villaggio che si trovava di fronte alla necropoli di Caldare. La presenza delle necropoli, così come le tracce della villa romana in contrada ” Fontanazza “, e quella del Casal Brucali a Vucali e del Casal Diesi a Paccalonga ci indicano come il paese di Aragona sia sorto in un territorio che ha un lungo passato poco conosciuto. 

Sulla scoperta della necropoli P. Orsi scriveva: “Nell’aprile del 1896 sul monte S. Vincenzo, presso Caldare, alcuni zolfatai disoccupati s’imbatterono per caso in un sepolcro scavato nella roccia conchiglifera calcare-terziaria, il cui contenuto intatto essi si affrettarono a portare a Girgenti. (…) Era una grande camera irregolarmente circolare, cui dava accesso un corridoio lungo m. 1,80, largo m. 0,80; le dimensioni della cella devono essere state straordinarie, cioè con un diametro fra i 3 e i 4 metri; nel lato destro della parete erano aperte due nicchie semi circolari; completamente crollata la volta (…) Ma ciò che conferisce una eccezionale importanza a questo sepolcro è il suo contenuto: due grandi anfore alte cm. 32 e 45, plasmate di una creta bigia nell’una, rossastra nell’altra non tornite però ben cotte, con un timbro quasi metallico, presentano, dove la superficie è meglio conservata, tracce di una diligente ingabbiatura a traslucido bruno rossastra. Un’olla cuoriforme rossastra granulosa e mal depurata, con una ingabbiatura di creta bigia decantata, una scodella ad alta ansa“.

Lo storico A. Mosso così descriveva la necropoli all’inizio del secolo: “A Nord della stazione di Caldare si alza una collinetta diretta da ponente a Levante, dove si prolunga verso un monte ricco di miniere di zolfo, e dall’altra parte finisce nel piano. Chi passa sulla ferrovia da Girgenti o vi giunge da Aragona, vede sul vertice della collina, che forma tre elevazioni, le aperture circolari delle tombe nelle rupi biancheggianti, che sorgono frammezzo agli olivi ed ai carrubi. Sono tombe aggruppate o solitarie al sommo di una roccia che sta nella collina di mezzo, sotto i rami di un olivo che la protegge. Confesso che nella storia dei sepolcri non ho trovato nulla di più grandioso e di più commovente, quanto questa necropoli, donde si vede da lontano il mare. Da queste tombe spira la poesia dei popoli primitivi, la psicologia loro è piena di un sentimento delicato che vibra ancora nell’anima moderna. Ai piedi delle rocce crescono gli asfodeli, le iridi e le campanule che con l’azzurro dei loro fiori accrescono la solennità funerea della necropoli. La religione della morte è un’inspirazione primordiale che si mantenne immutata attraverso le generazioni dall’età della pietra fino a noi. La percezione della realtà di una tomba, esercitava allora, come adesso, un fascino irresistibile“. 

Le tombe trovate dal Mosso sono almeno trenta. Alcune molto corrose dal tempo e dalle intemperie e deturpate dagli uomini, altre molto ben conservate. Sono camerette scavate nella roccia ed hanno le forme di un forno, appunto per questo sono dette ” tombe a forno”. Datare le tombe è un po’ complesso però si può stabilire un periodo ben preciso: le tombe più recenti appartengono al periodo Minoicomiceneo (1300.1200 avanti Cristo). Questo periodo è dato sia dal tipo di costruzione delle tombe, sia dai ritrovamenti fatti nelle tombe stesse. Nelle tombe di monte S. Vincenzo, infatti, sono state trovate due daghe di bronzo di circa 40 cm, due vasi anch’essi di bronzo e una tazza d’argilla rosea con il diametro di 9 cm. e l’altezza di 5,5 cm. con il manico lungo e decorato con linee orizzontali di colore rosso e nero. 

Gli esperti dopo aver escluso l’origine fenicia di questi vasi ed escludendo anche che sono di produzione locale, hanno avanzato l’ipotesi della provenienza egeomicenea, poiché anche nella quarta tomba dell’acropoli di Micene e a Creta sono stati trovati dei vasi simili. L’ingresso è un po’ stretto, mentre l’interno è molto grande di forma circolare e con la volta rotonda. Ai lati vi sono le nicchie per i cadaveri.

Queste nicchie spesso sono più di una: ne ho trovato due grandissime in comunicazione tra loro, che a mio avviso è una comunicazione avvenuta per il crollo accidentale di una parete della tomba. Ma il fatto più stupefacente è che sono state scavate con le pietre di basalto, come lascia supporre una di queste pietre trovate sul posto e poi lisciate con la pomice. Gli ingressi delle tombe di Caldare e S. Vincenzo sono piccoli e con la nicchia stretta. Inoltre la loro posizione è scomoda, sulla parete di roccia, doveva rendere molto difficoltoso il trasporto e la deposizione del cadavere. Appunto per ciò si doveva ricorrere a delle tecniche particolari.

Sfortunatamente non sono state trovate tombe che non siano state frugate e quindi non si è potuto vedere la posizione originaria del cadavere. Si possono, però, fare delle congetture confrontandole con altre tombe dello stesso periodo. Infatti, la necropoli è simile a quella di Cava di Mostrinciano, presso Priolo, Milatos e Prinias a Creta. Dalla posizione degli scheletri trovati in queste tombe si fa l’ipotesi che il cadavere dovesse essere imballato in una forma ovoidale, e che il corpo assumesse quella che è chiamata “posizione fetale”, cioè con le braccia piegate in modo tale che le mani stanno sotto il mento, le ginocchia toccano i gomiti e le ossa delle gambe sono attaccate al femore. Ma per fare assumere ad un cadavere questa posizione occorrono una pressione ed una forza notevoli, quindi, molto probabilmente erano avvolti e cuciti dentro strisce di cuoio o di tela.

Poco lontano dalla necropoli vicino a una cava di pietra vi era il villaggio. Esso era costituito da capanne rotonde con l’ingresso rivolto verso mezzogiorno Il pavimento era costituito da più strati. Lo strato più profondo era costruito con pietre di non più di 5 cm.. questo per portare tutto il suolo allo stesso livello. Gli spazi vuoti erano riempiti di argilla ridotta in polvere e bagnata mentre la superficie era rivestita da uno strato di argilla battuta.Le pareti rotondeggianti erano fatte da rami e ricoperte di argilla. La mancanza di un focolare, in alcune capanne, lascia supporre che le abitazioni fossero costituite da più locali. Nei fondi delle capanne furono ritrovati corna di bovini ed ossa spaccate per estrarre il midollo e una macina di calcare formata da una base concava e una pietra cilindrica per ridurre in polvere i semi.

Da notare che, esaminando al microscopio i resti di vegetali, non sono stati trovati elementi che lasciassero supporre l’uso del frumento. Sopra il pavimento fu rinvenuta una punta di freccia di selce rossa, piana da una faccia e rotonda dall’altra, zanne di grossi cinghiali e pezzi di ciotole, che per il loro colore, più rosse di fuori che non di dentro, potrebbero essere state cotte a fuoco libero; fu rinvenuta un’accetta di pietra verde, che sicuramente non è un tipo di pietra che si trova a Caldare o a S. Vincenzo.

Questa è un ulteriore prova dei contatti con il mondo mediterraneo ed orientale. Molto usato, per costruire strumenti, era l’osso, soprattutto per costruire punte di frecce. Le costole erano adoperate per fare stecche piatte che servivano per lisciare la ceramica; sono levigate con molta cura, rotonde da un’estremità e a punta dall’altra. Più difficile delle tombe dare una data del villaggio, poiché sono stati ritrovati di cocci che potrebbero datarsi al 3500 avanti Cristo e anche oltre. La prova potrebbe essere data dall’idolo femminile rinvenuto in una capanna insieme a delle corna votive. “Esso è di argilla chiara, fine e ben cotta: di sotto è aperto, e le pareti sono spesse 20 mm.

La figura è di sezione ellittica, col diametro traverso di 103 mm. Tutte le tre sporgenze nella parte superiore trovansi rotte. Dalla base al moncone della spalla sono 105 mm. Vi è un buco fra le mammelle e i due lati, uno per ciascun fianco, alla medesima altezza“. (A. Mosso). Quando fu ritrovato non è stato possibile capire quale fosse la funzione di quest’idolo. Oggi si può affermare con certezza che rappresentasse una. Divinità: la Grande Madre dei Neolitici, la Potnia degli Egeo – Cretesi. Chiaramente le ceramiche trovate vicino all’idolo sono del 1300 avanti. Cristo, però c’è da notare una continuità culturale religiosa che arriva fino al Neolitico, cioè quando l’uomo è passato da. Cercatore cacciatore a coltivatore allevatore. Infatti, nel Neolitico antico si facevano figurine di argilla in forma di donne. Non ne sono state trovate nelle tombe, tutti gli esemplari provengono dagli abitati, come quello di Caldare.

Il culto della Dea Madre, una forma di monoteismo femminile, era diffuso, nell’area della Mesopotamia, nell’Eurasia delle steppe, con irradiazione verso l’Europa settentrionale mediterranea e verso l’India.. Era la dea della fertilità, delle acque, signora della terra fruttificante, delle greggi e degli uomini. Infatti, vi è una corrispondenza fra la donna nella sua funzione generativa e la terra nella sua funzione di produzione della vegetazione.

 

Ultimo aggiornamento

20 Marzo 2009, 01:00

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