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Le necropoli di Caldare e di S. Vincenzo sono la testimonianza di un
lontanissimo passato, di un insediamento urbano che, forse, è durato
per tantissimi anni per poi dissolversi nel nulla con il mutare della
situazione ambientale e demografica. Nelle necropoli sono state trovate
tracce che fanno risalire a 3.500 e a 1.300 anni avanti Cristo, che
testimoniano come in questi due periodi del passato vi sia stato un
insediamento urbano.
Non si può però appurare se l'insediamento presente in questi due
periodi sia lo stesso e se abbia continuato ad esistere dal 3500 al 1300
a.C.
E' altrettanto impossibile, inoltre, poter stabilire le cause della
scomparsa del villaggio che si trovava di fronte alla necropoli di
Caldare. La presenza delle necropoli, così come le tracce della villa
romana in contrada " Fontanazza ", e quella del Casal Brucali
a Vucali e del Casal Diesi a Paccalonga ci indicano come il paese di
Aragona sia sorto in un territorio che ha un lungo passato poco
conosciuto.
Sulla scoperta della necropoli P. Orsi scriveva: "Nell'aprile
del 1896 sul monte S. Vincenzo, presso Caldare, alcuni zolfatai
disoccupati s'imbatterono per caso in un sepolcro scavato nella roccia
conchiglifera calcare-terziaria, il cui contenuto intatto essi si
affrettarono a portare a Girgenti. (...) Era una grande camera
irregolarmente circolare, cui dava accesso un corridoio lungo m. 1,80,
largo m. 0,80; le dimensioni della cella devono essere state
straordinarie, cioè con un diametro fra i 3 e i 4 metri; nel lato
destro della parete erano aperte due nicchie semi circolari;
completamente crollata la volta (...) Ma ciò che conferisce una
eccezionale importanza a questo sepolcro è il suo contenuto: due grandi
anfore alte cm. 32 e 45, plasmate di una creta bigia nell'una, rossastra
nell'altra non tornite però ben cotte, con un timbro quasi metallico,
presentano, dove la superficie è meglio conservata, tracce di una
diligente ingabbiatura a traslucido bruno rossastra. Un'olla cuoriforme
rossastra granulosa e mal depurata, con una ingabbiatura di creta bigia
decantata, una scodella ad alta ansa".
Lo storico A. Mosso così descriveva la necropoli all'inizio del
secolo: "A Nord della stazione di Caldare
si alza una collinetta diretta da ponente a Levante, dove si prolunga
verso un monte ricco di miniere di zolfo, e dall'altra parte finisce nel
piano. Chi passa sulla ferrovia da Girgenti o vi giunge da Aragona, vede
sul vertice della collina, che forma tre elevazioni, le aperture
circolari delle tombe nelle rupi biancheggianti, che sorgono frammezzo
agli olivi ed ai carrubi. Sono tombe aggruppate o solitarie al sommo di
una roccia che sta nella collina di mezzo, sotto i rami di un olivo che
la protegge. Confesso che nella storia dei sepolcri non ho trovato nulla
di più grandioso e di più commovente, quanto questa necropoli, donde
si vede da lontano il mare. Da queste tombe spira la poesia dei popoli
primitivi, la psicologia loro è piena di un sentimento delicato che
vibra ancora nell'anima moderna. Ai piedi delle rocce crescono gli
asfodeli, le iridi e le campanule che con l'azzurro dei loro fiori
accrescono la solennità funerea della necropoli. La religione della
morte è un'inspirazione primordiale che si mantenne immutata attraverso
le generazioni dall'età della pietra fino a noi. La percezione della
realtà di una tomba, esercitava allora, come adesso, un fascino
irresistibile".
Le tombe trovate dal Mosso sono almeno trenta. Alcune molto corrose dal
tempo e dalle intemperie e deturpate dagli uomini, altre molto ben
conservate. Sono camerette scavate nella roccia ed hanno le forme di un
forno, appunto per questo sono dette " tombe a forno". Datare
le tombe è un po' complesso però si può stabilire un periodo ben
preciso: le tombe più recenti appartengono al periodo Minoicomiceneo
(1300.1200 avanti Cristo). Questo periodo è dato sia dal tipo di
costruzione delle tombe, sia dai ritrovamenti fatti nelle tombe stesse.
Nelle tombe di monte S. Vincenzo, infatti, sono state trovate due daghe
di bronzo di circa 40 cm, due vasi anch'essi di bronzo e una tazza
d'argilla rosea con il diametro di 9 cm. e l'altezza di 5,5 cm. con il
manico lungo e decorato con linee orizzontali di colore rosso e nero.
Gli
esperti dopo aver escluso l'origine fenicia di questi vasi ed escludendo
anche che sono di produzione locale, hanno avanzato l'ipotesi della
provenienza egeomicenea, poiché anche nella quarta tomba dell'acropoli
di Micene e a Creta sono stati trovati dei vasi simili. L'ingresso è un
po' stretto, mentre l'interno è molto grande di forma circolare e con
la volta rotonda. Ai lati vi sono le nicchie per i cadaveri. Queste
nicchie spesso sono più di una: ne ho trovato due grandissime in
comunicazione tra loro, che a mio avviso è una comunicazione avvenuta
per il crollo accidentale di una parete della tomba. Ma il fatto più
stupefacente è che sono state scavate con le pietre di basalto, come
lascia supporre una di queste pietre trovate sul posto e poi lisciate
con la pomice. Gli ingressi delle tombe di Caldare e S. Vincenzo sono
piccoli e con la nicchia stretta. Inoltre la loro posizione è scomoda,
sulla parete di roccia, doveva rendere molto difficoltoso il trasporto e
la deposizione del cadavere. Appunto per ciò si doveva ricorrere a
delle tecniche particolari. Sfortunatamente non sono state trovate tombe
che non siano state frugate e quindi non si è potuto vedere la
posizione originaria del cadavere. Si possono, però, fare delle
congetture confrontandole con altre tombe dello stesso periodo. Infatti,
la necropoli è simile a quella di Cava di Mostrinciano, presso Priolo,
Milatos e Prinias a Creta. Dalla posizione degli scheletri trovati in
queste tombe si fa l'ipotesi che il cadavere dovesse essere imballato in
una forma ovoidale, e che il corpo assumesse quella che è chiamata
"posizione fetale", cioè con le braccia piegate in modo tale
che le mani stanno sotto il mento, le ginocchia toccano i gomiti e le
ossa delle gambe sono attaccate al femore. Ma per fare assumere ad un
cadavere questa posizione occorrono una pressione ed una forza notevoli,
quindi, molto probabilmente erano avvolti e cuciti dentro strisce di
cuoio o di tela. Poco lontano dalla necropoli vicino a una cava di
pietra vi era il villaggio. Esso era costituito da capanne rotonde con
l'ingresso rivolto verso mezzogiorno Il pavimento era costituito da più
strati. Lo strato più profondo era costruito con pietre di non più di
5 cm.. questo per portare tutto il suolo allo stesso livello. Gli spazi
vuoti erano riempiti di argilla ridotta in polvere e bagnata mentre la
superficie era rivestita da uno strato di argilla battuta.Le pareti
rotondeggianti erano fatte da rami e ricoperte di argilla. La mancanza
di un focolare, in alcune capanne, lascia supporre che le abitazioni
fossero costituite da più locali. Nei fondi delle capanne furono
ritrovati corna di bovini ed ossa spaccate per estrarre il midollo e una
macina di calcare formata da una base concava e una pietra cilindrica
per ridurre in polvere i semi. Da notare che, esaminando al microscopio
i resti di vegetali, non sono stati trovati elementi che lasciassero
supporre l'uso del frumento. Sopra il pavimento fu rinvenuta una punta di
freccia di selce rossa, piana da una faccia e rotonda dall'altra, zanne
di grossi cinghiali e pezzi di ciotole, che per il loro colore, più
rosse di fuori che non di dentro, potrebbero essere state cotte a fuoco
libero; fu rinvenuta un'accetta di pietra verde, che sicuramente non è
un tipo di pietra che si trova a Caldare o a S. Vincenzo. Questa è un
ulteriore prova dei contatti con il mondo mediterraneo ed orientale.
Molto usato, per costruire strumenti, era l'osso, soprattutto per
costruire punte di frecce. Le costole erano adoperate per fare stecche
piatte che servivano per lisciare la ceramica; sono levigate con molta
cura, rotonde da un'estremità e a punta dall'altra. Più difficile
delle tombe dare una data del villaggio, poiché sono stati ritrovati di
cocci che potrebbero datarsi al 3500 avanti Cristo e anche oltre. La
prova potrebbe essere data dall'idolo femminile rinvenuto in una capanna
insieme a delle corna votive. "Esso è di
argilla chiara, fine e ben cotta: di sotto è aperto, e le pareti sono
spesse 20 mm. La figura è di sezione ellittica, col diametro traverso
di 103 mm. Tutte le tre sporgenze nella parte superiore trovansi rotte.
Dalla base al moncone della spalla sono 105 mm. Vi è un buco fra le
mammelle e i due lati, uno per ciascun fianco, alla medesima altezza". (A. Mosso). Quando fu ritrovato non è stato possibile
capire quale fosse la funzione di quest'idolo. Oggi si può affermare
con certezza che rappresentasse una. Divinità: la Grande Madre dei
Neolitici, la Potnia degli Egeo - Cretesi. Chiaramente le ceramiche
trovate vicino all'idolo sono del 1300 avanti. Cristo, però c'è da
notare una continuità culturale religiosa che arriva fino al Neolitico,
cioè quando l'uomo è passato da. Cercatore cacciatore a coltivatore
allevatore. Infatti, nel Neolitico antico si facevano figurine di
argilla in forma di donne. Non ne sono state trovate nelle tombe, tutti
gli esemplari provengono dagli abitati, come quello di Caldare. Il culto
della Dea Madre, una forma di monoteismo femminile, era diffuso,
nell'area della Mesopotamia, nell'Eurasia delle steppe, con irradiazione
verso l'Europa settentrionale mediterranea e verso l'India.. Era la dea
della fertilità, delle acque, signora della terra fruttificante, delle
greggi e degli uomini. Infatti, vi è una corrispondenza fra la donna
nella sua funzione generativa e la terra nella sua funzione di
produzione della vegetazione.
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